canadà


è febbraio e ti aspetto
in una casa presa per caso, fatta a corridoio, con mille stufe elettriche che ronzano come frigoriferi.
un’attesa così chi se la scorda più

e cammino a zonzo per la sala
mi ordino una pizza
penso a come ti saluterò quando entrerai -dai non ti saluto, facciamo che ti prendo e basta.
mi siedo sul divano che stona proprio con sto tappeto
poi mi ci sdraio e conto le volte che ti ho detto “tranquilla, saran solo due mesi”
fuori nevica silenzio e quasi quasi le spengo queste diavolo di stufe

* *
Bzzz. Bzzz.
-sono io
(sei tu)
-quarto piano

* *
ora la neve è ovunque, perfino sulle maniglie dei portoni e non vuoi mai usare la sciarpa
testarda
controvento con quelle guance rosse compiaciute di chi pensa di vincere un premio o quantomeno portarsi a casa un souvenir, per l’audacia dimostrata.

fa freddo e c’è gente strana qui, per le strade
la sera
torniamo a casa con la spesa e faccio partire quel pezzo che metto sempre quando fingo di aiutarti in cucina
tagli le zucchine mentre stappo il vino
-non credo che potrei mai vivere in questa città
ti passo un bicchiere
-figuriamoci, tu vivresti solo in tre città al mondo
-ma cosa dici!
-e poi qui parlano pure francese, non ti basta?
-tu lo chiami francese?
-sono anche tutti così gentili, sembrano svizzeri in vacanza in america
-si ma manca quel nonsoché, dico vuoi mettere con parigi?
in un modo o nell’altro si finisce sempre a parlare di parigi.
alzo il bicchiere
-santé
-salute
-agli svizzeri in vacanza in america
friggi tutto in padella e ti distraggo mentre butto di nascosto un po’ di curcuma, ma mi sgami e t’incazzi.

* *
fa freddo qui
son tre giorni che ogni mattina ci si saluta ad un incrocio diverso
e ci sono voluti due anni e una casa sommersa dalla neve per dirti che ti amo.