arrivo un attimo in ritardo e sei già lì, seduta che fissi una coppia nell’angolo che nonsabenecosa fare. lui si stiracchia, lei gioca con il cellulare, la solita solfa insomma. noi saremmo diversi, fidati di me.
so cosa stai pensando.
-lui non vuole s b a g l i a r e
-lei lo vorrebbe impulsivo. deciso.
insomma hai capito.
al tuo tavolo tovaglioli bianchi e un cameriere stanco che ti gira attorno a zig zag, come una zanzara notturna.
vorrei chinarmi e guardarti le gambe sotto al tavolo.
chissà quanto sei alta davvero.
va detto che è la prima volta che ci vediamo da un po’ e ho questo brutto vizio di non riconoscere le persone. finisco per salutare sempre con quel mezzo secondo di ritardo che mi fa sembrare disarmonico, a metà tra il distratto e l’infastidito. stasera abbiamo scelto l’infastidito, a giudicare dalla tua espressione.
mi fissi la camicia, sì lo so ch’è macchiata, ma è la mia preferita, mi scuserai.
vorrei raccontarti un po’ di me ma poi finirei con l’esagerare, con il parlare troppo e non ti voglio spaventare.
uno, due, tre drinks, intorno a noi solo sagome informi senza capo né coda, e si fa difficile tenere a freno le parole – furbizia rilassata sarebbe il nome giusto se scrivessero un libro su di noi.
vai in bagno e mi ritrovo a ripetere il tuo nome un paio di volte, per sentire che suono possa fare sulla mia voce. mi chiedo come sarebbe ripeterlo per anni. no, non credo mi stancherei in realtà.
torni e inventi scuse, torni e mi chiedo cosa ci faccio io con una come te – è un buon segno questo, fidati.
poi le consuetudini, le abitudini e tutta una gozzoviglia di roba ci lascia sospesi per aria: prendi l’auto, come guidi, dove andiamo, sei pazzo, navigami, vorrei fermarmi e dirti che non sono il tipo da ghirigori e pizzi – c’è qualcosa e sono una frana a nascondermi.
ma tu fai quello che sai fare, e chi sono io per fermarti.
vai, vai avanti, non c’è fretta.