ho fame anch’io, e non soltanto di te


-come stai?
-insomma. questa giornata ha bisogno di cerotti
-vengo da te? ho fame
-sì vieni, ci sono ancora le ciliegie
-menomale. mangio solo quelle sorridenti però
-sì ma ti avviso, qui manca un po’ la brezza marina
-ma come
-eh, lo so. se vuoi posso soffiarti in faccia in compenso
-affarefatto.
-mhmm aspè
-che c’è?
-niente, ieri pensavo che mi piace questo tuo abituarmi alle tue fughe. è astuto
-già. l’importante è non lasciarmelo fare davvero.

le storie che ci raccontiamo sono come il burro sulle fette biscottate. si infilano in ogni spazio libero e non se ne vanno più. formano una bella mattonella imburrata su cui scivola la coscienza.
e ci puoi spalmare di tutto sopra: le tue gambe sempre magre, la maestra delle elementari che aveva un debole per te, le estati passate in toscana a poltrire sull’amaca dopo l’insalata di riso, la matematica e i broccoli che non ti sono mai andati giu e la sua risata inconfondibile che ancora ti tormenta la mattina, quando ti alzi dal letto. una bella poltiglia di roba appiccicosa, tenuta insieme da frasi strappate dai film come si faceva una volta con gli articoli belli dei quotidiani.

vedi
chi ti conosce meglio di me
sa
che non si riesce mai a scappare
davvero
dalle proprie tempeste, con le vele ingarbugliate
non c’è folata mai abbastanza grande per
salpare
e si rimane a terra a guardare il mare,
dicendoci
che in fondo avremmo avuto mal di mare una volta per mare.